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IL CASSETTO DEI RICORDI DI... CLAUDIO CUCE'
PALIOTOWN? MEDIOEVOCITY? NO, È SIENA
Succede sempre più spesso: la città deserta e' attraversata solo da frotte di turisti assorti nel loro stremante dovere. Sembra che il pifferaio magico si sia portato con sé tutti i residenti. Così ci si mostra infine la città turistica: un guscio vuoto, un fondale di teatro. Come la pubblicità, il turismo ci è tanto familiare da non porci più domande...
Il turismo è ormai la più importante industria di questo nuovo secolo. Secondo l'Organizzazione del commercio mondiale (WTO), nel 2002 gli introiti del solo turismo internazionale ammontavano per tutto il mondo a 714 miliardi di euro. E il turismo internazionale è ovunque minoritario rispetto al turismo locale. Si può valutare almeno a 3000 miliardi di euro il fatturato diretto dell'industria turistica mondiale: una cifra vicina al Prodotto interno lordo (PIL) della Germania unificata! E già oggi a New York il turismo genera più ricavi e occupa più persone di Wall Street e del distretto finanziario. Ma in realtà al fatturato diretto, bisogna aggiungere tutto quello che sta a monte e a valle del turismo. C'è la quasi totalità dell'industria alberghiera e della ristorazione. L'industria aeronautica (e aeroportuale) lavora quasi esclusivamente per il turismo, come anche la cantieristica navale da crociera e da diporto. Il turismo alimenta poi una bella fetta di industria automobilistica, edilizia (residenze secondarie, alberghi, villaggi turistici) e costruzione stradale e autostradale (quindi, via via, di cementifici, di siderurgia e industria metallurgica). C'è poi l'industria del souvenir, della cartolina, della guida turistica...
Ma nulla può rendere l'idea delle dimensioni del fenomeno quanto il semplice numero di viaggiatori stranieri: l'anno scorso sono stati 714,6 milioni, una marea umana, un'orda di cavallette che tutto distrugge al suo passaggio, e di cui a ognuno di noi tocca far parte. Perché il turismo è anche l'industria più inquinante (oggi si parla sempre più spesso di "turismo sostenibile", un ossimoro come del resto lo è "sviluppo sostenibile").
Il turismo e' perciò la prima fonte di sussistenza per una porzione crescente dell'umanità ed è diventato la prima fonte di ricchezza per numerose città. Per alcune, come le nostre "città d'arte", e' quasi la sola fonte di reddito.
Ma il turismo può uccidere una città perché la rende monofunzionale. Noi senesi lo sappiamo benissimo, lo "sguardo del turista" agisce anche su chi di questo sguardo è oggetto, non solo su chi lo lancia: fa sì che i cittadini delle "città d'arte" vivano sempre sotto lo sguardo del turista.
Sono stato di recente a S.Gimignano: dentro le mura non c'è più un macellaio, un fruttivendolo, un forno vero. D'altronde in centro, chiusi i bar, i ristoranti e i negozi di souvenir, quasi non rimane a dormire nessun sangimignanese: abitano tutti nei moderni condomini fuori dalle mura, vicino ai centri commerciali. Dentro le mura, tutto e' diventato un unico set cinematografico di film medievale, con tutti i prodotti di un' "invenzione della tradizione" a uso turistico.
Il modello americano di questo processo è Disneyland, dove tutto è più vero del vero, il castello è più medievale del medioevo, l'accampamento indiano più Apache degli Apache. Da questo punto di vista, Venezia e' una Disneyland già pronta, a mono-uso turistico, con giro in gondola e cantate napoletane, ed è anche una città che muore.
C'è una soglia che separa una città turistica da una città che vive anche di turismo. Fino a che l'afflusso di visitatori non supera questa soglia, i turisti usufruiscono di servizi e prestazioni pensati per i residenti. Per esempio mangiano in ristoranti che cucinano per le persone del posto. Oltre questa soglia invece, i residenti sono costretti a usufruire dei servizi pensati per i turisti. Trent'anni fa era quasi impossibile mangiare male a Siena, oggi è difficilissimo mangiare bene. Perché un ristoratore dovrebbe dannarsi per cucinare con cura per un cliente che non tornerà mai più? Noi residenti siamo costretti a entrare in clandestinità, a comunicarci sottovoce gli ultimi indirizzi accettabili ("ma non facciamolo sapere ai turisti!").
Il turismo non soltanto fa vivere la nostra città e i nostri centri storici, ma - diventando la loro pressoché unica fonte di reddito - la fa morire, perché potrebbe diventare una Disneytown: paninoteche, pub, boutiques di lusso, pizze a taglio e franchisings, isole pedonali e poi, fuori, tanti dormitori più o meno eleganti per ceti medi.
Il turismo distrugge non solo le città ma le relazioni sociali: quella tra autoctono e turista è una delle più inumane. La sola dote che il turismo incoraggia nell'indigeno è l'avidità, la brama di guadagno rapido. E il turista, nella migliore delle ipotesi visita con cura non tanto un paese quanto la guida Lonely Planet o Routard di quel paese; nella peggiore non conosce nulla né vuole conoscere nulla, comunque non è interessato agli umani ma solo all' "umanità morta", cioè monumenti e musei (e negozi). Il turismo quindi rischia di disgregare le relazioni sociali tra i residenti e, per sua natura, riduce ad entertainement quelle tra autoctoni e visitatori.
In Toscana, il fenomeno dalle città si è allargato anche alla campagna, dove ormai le attività agricole e di allevamento stanno diventando marginali e la maggior parte dei poderi sono seconde residenze o agriturismi: casolari ben tenuti, restaurati con legname, pietra e mattone a vista, con il giardino che prende il posto dell'orto. Solo che queste case sono vuote, morte, per dieci mesi all'anno e la campagna toscana (come anche la Provenza, per esempio) è sempre più un immenso residence, ripulito, ridipinto, con i vasi di geranio ai davanzali, dove ormai villeggiano solo pasciuti, danarosi anglosassoni: chi non ha sentito parlare di Chiantishire?.
Ma la mono-industria è sempre pericolosa per una città: la General Motors fece ricca Detroit, ma poi se ne andò e la Motown è oggi una landa desolata, un deserto umano.Già oggi Venezia è una città morta: in una sera d'inverno si può camminare tra le case, senza vedere una finestra illuminata per intere strade (o meglio, rii). Firenze è già avanti su questa china e anche Roma e Parigi (mi raccontano) si stanno avviando sullo stesso cammino. Quando la moda sarà cambiata e le orde sceglieranno altre destinazioni, lasceranno dietro di sé solo cartacce, bottiglie vuote, lattine e rifiuti proprio come alla fine di un concerto in piazza?
Lascio a voi giudicare quanto queste considerazioni si addicano anche alla situazione della nostra città. E mi domando se il tessuto sociale delle contrade, nostra grande ricchezza e ancora di salvezza, possa da solo resistere e preservare la nostra genuinità, mentre intorno tutto si sgretola: sono ancora così pochi quelli di noi che sperimentano delle relazioni (con gli amici, con i colleghi, con i compagni di scuola, con i familiari, con tutti gli altri) scadenti e deludenti, fuori e anche dentro la contrada?
Claudio Cucè
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