Chi non ricorda Il sorpasso, il film di Dino Risi? Nel corso del loro viaggio ferragostano lungo l’Aurelia a bordo di una scattante Lancia Aurelia Sport Supercompressa, Vittorio Gassmann e Jean-Louis Trintignant, superano un ciclista ansimante. Gassmann, straripante come sempre, lo sfotte. “A me - dice al compagno di viaggio - er ciclismo non è piaciuto mai. Per carità … uno sforzo antiestetico, ingrossa le gambe. Meglio il biliardo”. Trova la fatica di questo sport incomprensibile, fuori del tempo. Il ciclista, chiuso nel suo sforzo, è incapace di replicare. E’ un’immagine esemplare dell’erosione di credibilità subita da questa pratica sportiva negli anni del boom.
Per molti italiani, questo sport umile e silenzioso, irrimediabilmente marcato dalle sue tradizioni contadine, appartiene al passato. Gli anni Sessanta vedono una fase di inarrestabile progresso economico. L’allontanamento delle masse da questo sport un tempo così popolare è evidente. Certo, uno ‘zoccolo duro’, composto da milioni di appassionati e di praticanti rimane. Ma rimane chiuso in un mondo a parte.
Un primo ritorno di interesse si materializza nel 1973. Le domeniche senza auto provocate dall’embargo petrolifero spingono all’acquisto di centinaia di migliaia di bici. In questo scenario dietro quella instancabile leva motivazionale di Emore Baglioni, alcuni contradaioli che rispondono ai nomi di Fabio Brogi, Giulio Landi, Dante Maffei, Roberto Massari, Paolo Piochi, Massimo Rossi e Giuseppe Rumiz organizzano un gruppo ciclistico, si fanno “fabbricare” delle belle maglie rosa con cui partecipano a raduni e ritrovi. Il gruppo rimane attivo per alcuni anni. Poi, come sempre avviene, i problemi di lavoro dei soci più attivi e l’assenza di proseliti fanno sì che il gruppo lentamente si estingue. Del resto, ai Servi come in Italia, questa è stata una fiammata, intensa ma breve.
Il ciclismo inizia a catalizzare nuovi interessi nei primi anni Novanta. Le belle prestazioni al Tour de France dei migliori atleti italiani fungono da volano. Ma non sono l’elemento più importante. Questa lenta rinascita è collegata più al desiderio di riscoprire la natura e a una certa stanchezza per la civiltà industriale che ad altro. Si scopre, inoltre, che il ciclismo è uno sport adatto a coloro che vogliono preseguire un’attività sportiva ma hanno superato i 35-40 anni. Pedalano persone di ogni ceto: scolorisce il vecchio stereotipo del “Ciao mamma”. Anche Siena, storicamente tiepida verso il ciclismo, conosce un progressivo aumento di praticanti e di appassionati verso una pratica che ha perduto il marchio - poco invitante - dello sport umile. In piccolo, nella società Castelmontorio, è la stessa cosa. Infatti, verso la metà degli anni Novanta si risveglia un certo interesse per il ciclismo. Nel maggio 1995, in una giornata di tempo inclemente, cinque soci partecipano alla Pedalata rosa Castiglion del lago-Assisi (km. 92) organizzata dalla Gazzetta dello Sport. Dopo alcuni raduni auto-organizzati ben riusciti, nel 2000 si costituisce il Velo Club Castelmontorio e vengono realizzate, a cura di Michele Preve e di Simone Santi, alcune decine di mute che si esauriscono in breve tempo. Nel 2001 nuova partecipazione alla Pedalata rosa, stavolta organizzata a Pescara. Da quell’anno l’attività, pur coinvolgendo un numero di soci abbastanza esiguo, è stata costante. L’obiettivo del 2006 è ampliare il numero di iniziative e dei praticanti.
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