Iscrizione Romana a Porta Romana

Autore scheda: Contrada di Valdimontone, Andrea Ciacci

Data/periodo: L’iscrizione venne redatta su una tavola di travertino e, per i caratteri grafici e il contenuto, è databile in pieno periodo augusteo (27 a.C. – 0). Venne scoperta, frammentaria, nel 1606 da Teofilo Gallaccini e nel 1734 Giovanni Antonio Pecci in occasione di un restauro delle mura e per il fatto che l’iscrizione era posta in luogo poco accessibile, la fece trasportare e murare, insieme alla lapide che ricorda l’avvenimento, nel luogo dove ancora si trova.

Descrizione: L’iscrizione recita: Silvano sacr(um) / C. Victricius / Memor VIvir / [a] ugustalis posuit : Caio Victricio Memore Seviro augustale ha dedicato un tempietto a Silvano.

Particolare dell'iscrizione romana

 

È una delle testimonianze più significative del passato romano della città di Siena. Caio Victricio Memore si fregia del titolo di Seviro Augustale, una carica municipale assegnata di solito a servi affrancati con decreto decurionale, di durata annuale, cui spettava il compito di gestire il culto di Augusto. L’iscrizione fornisce diverse informazioni, sia sugli esponenti dell’élite locale, sia sulle prassi istituzionali nel municipio. La funzione del sevirato era definita in latino honor perché chi l’otteneva doveva versare all’erario un onorario e soltanto per meriti acquisiti poteva essere concessa l’esenzione da parte dei decurioni. I seviri avevano poi diritti alle insegne e questo consentiva loro di incrementare il proprio prestigio personale all’interno delle cariche cittadine, al pari delle altre cariche magistraturali.

Un discorso a parte merita la divinità Silvano (Silvanus in latino, Selvans in etrusco), associata ai boschi, ai pastori e al mondo rurale. Popolare in Etruria, emerge come un culto molto praticato in Italia e nelle provincie romane occidentali. A dispetto della sua popolarità fu un culto praticato a livello individuale e famigliare e compare poco nella vita politica e civile. Silvano era partecipe di alcuni riti domestici come quello che tendeva ad allontanarlo dalla casa delle puerpere e si ricollega anche alla credenza che fosse un dio notturno, chiamato incubo, che insidiava le donne durante il sonno. 

Il fatto di appartenere al mondo dei boschi e dei pastori e quindi alla marginalità sociale, lo faceva gradito alle persone di bassa estrazione, agli umili, agli schiavi, ai liberti. La dedica doveva, dunque, essere un tributo di gratitudine alla divinità da parte di Caio Victricio Memore per averlo favorito nella sua ascesa sociale. C’è di più. Come si è detto la divinità era venerata dagli schiavi e dalla gente umile, aveva a che fare con le puerpere, i campi arati e le greggi. Non è allora privo di suggestione che negli stessi luoghi della contrada di Valdimontone dove è stata rinvenuta la dedica, si instauri nel corso dell’Alto Medioevo il culto di San Leonardo di Noblat. Gentiluomo francese vissuto nel VI secolo è stato uno dei santi più popolari dell’Europa occidentale nel corso del Medioevo e venerato soprattutto per i miracoli che riguardavano la liberazione dei prigionieri (da cui la sua rappresentazione con le catene ai polsi), la protezione delle puerpere, degli agricoltori e del bestiame. Sembra potersi allora cogliere un tratto di continuità cultuale, mediato attraverso l’integrazione di alcuni dei tratti della divinità pagana nella versione cristiana. Inoltre San Leonardo era anche il protettore, oltreché dei prigionieri, anche dei fabbricanti di catene: questi particolari tratti potrebbero ricollegarsi all’esistenza delle Forche di Pecorile, a Coroncina, fuori Porta Romana, costruite con catene e uncini di ferro, dove venivano condotti i condannati non senesi, attraverso un percorso che, snodandosi da Via dei Malcontenti, attraversava porta Giustizia e la Valle di Montone.

Teofilo Gallaccini, studioso, umanista, docente di logica e filosofia nell’Università senese, descrive l’atto della scoperta dell’iscrizione avvenuta nel 1606 …”nella man manca uscendo dalla porta del piano del Rivellino non molto lontana dal primo casino…” (Gallaccini T., Chis., c. 124). Secondo quanto riferito da Ettore Romagnoli (Romagnoli E., Cenni storico-artistici di Siena e i suoi suburbi, Siena, ed. Onorato Porri, 1840, p. 36) l’iscrizione venne recuperata dal Gallaccini e dal Proposto Gori insieme a un capitello che sarebbe stato collocato successivamente all’interno della chiesa dei Servi di Maria, a lato della cappella del Beato Giovacchino Piccolomini.

Agli inizi del Settecento l’iscrizione era ancora nello stesso luogo (Benvoglienti U., Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, Manoscritti C. IV. 12, c. 116) e successivamente Giovanni Antonio Pecci la fece trasferire nel luogo dove si trova tuttora (G. A. Pecci, Raccolta universale di tutte le iscrizioni, arme e altri monumenti, si antichi come moderni, esistenti nel Terzo di San Martino, fino a questo presente anno 1730, Libro Secondo, Archivio di Stato di Siena, Manoscritti D 5 c. 71 v, n. 275).

È interessante il ritrovamento dell’epigrafe in un punto di “criticità” del territorio della contrada di Valdimontone e della città in generale: qui dovevano confluire infatti tanto i confini geomorfologici (segnati dai repentini balzi di quota tra la Costa del Montone, Porta Romana e la zona immediatamente a sud), quanto quelli dell’antico municipio romano e quelli urbani medievali, segnati dalla cinta muraria del XIV secolo. Infatti un tratto che la divinità etrusca Selvans sembra intrattenere con il quasi omonimo Silvano latino è quello di essere protettore dei confini. Sebbene la funzione protettrice sia relegata soprattutto ai confini privati, tuttavia una serie di ritrovamenti presso le porte urbiche di città etrusche (Cortona, Volsinii Novi, Tarquinia) lascia intravedere una funzione di tutela estesa anche ai confini pubblici. E il caso di Siena appare come una conferma in questo senso.

Foto 1 di 3 – Particolare dell’iscrizione, porta Romana, Siena. Particolare dell’iscrizione romana, evidenziata in bianco, e di quella fatta apporre da Giovanni Antonio Pecci nel 1734, dove viene citato l’evento della sistemazione definitiva del reperto nel luogo dove si trova tuttora. Foto di Andrea Ciacci, 2014.
Foto 2 di 3 – Collocazione dell’ iscrizione romana, Porta Romana, Siena. Veduta dell’ingresso del rivellino di Porta Romana. Nel circolo in rosso è indicata la posizione dell’epigrafe romana e dell’iscrizione in latino fatta apporre da Giovanni Antonio Pecci nel 1734 in occasione del trasferimento del reperto dal luogo dove era rimasto fino ad allora alla facciata di Porta Romana dove si trova tuttora. Foto di Andrea Ciacci, 2014.
Foto 3 di 3 – Ritrovamento dell’iscrizione, Francesco Vanni, Carta di Siena, 1595. Nel retino in rosso è evidenziato il tratto di mura all’esterno delle quali, secondo Teofilo Gallaccini (Gallaccini T., Chis., c. 124) sarebbe stato rinvenuto il frammento di iscrizione romana. Cortesia Ufficio Tecnico, Comune di Siena; elaborazione di Andrea Ciacci.

Bianchi Bandinelli R., Edizione archeologica della carta d’Italia al 100.000, foglio 120 (Siena), Firenze, Istituto Geografico Militare, 1927, p. 7, n. 8.

Cristofani M. (a cura di), Siena: le origini. Testimonianze e miti archeologici. Catalogo della mostra: Siena dicembre 1979-marzo 1980, Firenze, Olschky, 1979, pp. 105-106, n. 125, p. 196, n. 31.

Ciacci A., La contrada di Valdimontone fra leggenda e archeologia, in Memorie di una contrada. Il Museo di San Leonardo, Siena, Industrie Grafiche Pistolesi, 2006, pp. 13 -24.

Pianigiani B., Archeologia dell’architettura in Castel Montone: la chiesa dei Servi di Maria a Siena, tesi di laurea, a.a. 2006-2007, relatore prof. Roberto Parenti, p. 5 sgg.

Altre fonti:

Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) XI, 1801