Restauro Tabernacolo di Via Roma

Uscendo dall’Arco del Ponte di Romana, l’antica Porta di San Maurizio, si incontra a destra il palazzo Bianchi Bandinelli, che con la sua mole e severa eleganza domina l’area circostante. Il progetto dell’edificio, intonacato con l’inconfondibile “color verdino”, si deve a Giovanni Bartalucci, architetto senese, e ai suoi allievi Serafino Belli e Lorenzo Santi. Difficile immaginare Via Roma e Via San Girolamo nell’assetto che aveva prima dell’inizio dell’Ottocento, completamente diverso da quello attuale. Nella pianta di Siena di Francesco Vanni, risalente alla fine del XVI secolo, al posto del palazzo e del suo ampio giardino, si trovava una linea di case che dal Ponte di Romana fino al vicolo di San Clemente costeggiava la Via Francigena o Romea, l’attuale Via Roma. Più o meno di fronte al palazzo di San Galgano si apriva una scalinata che saliva dalla “Strada” fino alla duecentesca chiesa di Santa Maria Maddalena, con campanile a vela, che dava il nome al borgo prospiciente. A sinistra erano collocati l’attiguo ospedaletto, il convento con i suoi vari locali e un piccolo chiostro, forse in corrispondenza del cortile del palazzo Bianchi, mentre a destra, delimitato da un alto muro che si affacciava sul Vicolo di San Clemente e Via delle Cantine, il cimitero occupava gran parte dell’attuale giardino. 

La chiesa di Santa Maria Maddalena era stata edificata dai monaci benedettini dell’abbadia della Santissima Trinità di Alfiano, situata presso il Ruffolo: il 5 marzo 1213 la struttura, appena iniziata, fu acquistata insieme alle case confinanti di proprietà della famiglia Sansedoni, da Ranieri di Rustichino; quest’ultimo fondò accanto ad essa uno dei tanti “xenodochia” (ospizi) situati lungo la Francigena per il ricovero dei poveri e dei pellegrini. Il fondatore, esponente dei Piccolomini, ne affidò la direzione a Imilia, vedova di Tacca di Guittone Sansedoni, la prima “Ospitaliera”, “Ministra” e “Priorissa”. I Sansedoni, prima di trasferire la propria dimora in Piazza del Campo, ebbero qui possedimenti terrieri e, con probabilità, la loro prima casa-torre. Dal 1221 al 1223, mentre il Comune di Siena provvedeva alla costruzione della basilica in Camporegio, Santa Maria Maddalena fu sede dell’Ordine dei Domenicani. Nel febbraio (o marzo) del 1221 lo stesso Domingo de Silos de Guzmán (San Domenico), istitutore dell’Ordine, avrebbe soggiornato una decina di giorni nell’ ospizio mentre si recava a Bologna, ultima meta della sua vita terrena (vi morì il 6 agosto). 

L’uso dell’ospedale e della chiesa venne concesso nel 1228 ai monaci cistercensi dell’abbazia di San Galgano, i quali, verso la fine del Quattrocento, avrebbero fatto edificare sull’altro lato della strada, alla maniera di Giuliano da Maiano, l’omonimo palazzo, sede senese dei loro abati.

Fin dal XV secolo nella chiesa di Santa Maria Maddalena era custodita la prestigiosa reliquia della testa del trentatreenne Galgano di Guidotto, un giovane di Chiusdino che aveva rinunciato al suo rango di cavaliere per dedicarsi alla vita eremitica, morto in odore di santità a Montesiepi il 30 novembre 1081. Cinque anni dopo la sua morte, dopo numerosi miracoli a lui attribuiti, la sua sepoltura venne riaperta nel corso del processo di canonizzazione (anche se non sappiamo esattamente in che anno fu dichiarato santo) ed esaminato il corpo. Proprio la sua testa, trovata allora in eccellente stato di conservazione (i cronisti la descrivono come di carnagione chiara, paffuta, con lentiggini e senza barba, ma ornata da una folta chioma di riccioli biondi), sarebbe diventata subito un importantissimo oggetto di culto e affidata a una comunità di monaci cistercensi, già presenti a Montesiepi nel 1201, che si sarebbero stabiliti nella sottostante abbazia dedicata al santo, iniziata a costruire venti anni dopo. Furono loro, verso la seconda metà del XIII secolo, a commissionare un superbo reliquiario in argento dorato, realizzato con la tecnica a sbalzo, all’orafo senese Pace di Valentino e “consotii” (secondo la recente attribuzione di Elisabetta Cioni), dove conservare la preziosa spoglia: Pace (o Pacino) di Valentino, fu uno dei uno dei maggiori artisti dell’epoca, prima dell’avvento di Guccio di Mannaia e di Duccio di Donato, attivo soprattutto a Siena, Pistoia e Roma. La reliquia, veneratissima presso i monaci di San Galgano (e non solo), venne tuttavia trasferita a Siena dal governo della Repubblica già alla fine del Trecento, poiché l’abbazia, assediata nel 1363 dalla “Compagnia degli Inglesi” del celebre capitano di ventura John Hawkwood (in italiano Giovanni Acuto), era poi divenuta anche il centro di una congiura ordita dall’abate Ludovico di Tano contro la Repubblica stessa (1403).

 La prima meta della testa a Siena era stata probabilmente la chiesa delle monache cisterciensi di Santa Maria Novella, che avevano un piccolo convento presso l’Antiporto di Camollia (odierno oratorio di San Bernardino al Prato), denominato comunemente di San Prospero, come quello vero e proprio che si trovava dirimpetto alle mura che costeggiavano il borgo senese all’altezza dell’altra chiesa di Sant’Andrea (più o meno nell’area oggi compresa tra l’odierna Piazza Gramsci e i giardini della Lizza), dove queste religiose si erano spostate nel 1393. Dopo un tentativo di furto del preziosissimo reliquiario perpetrato da non meglio identificati forestieri, esso fu quindi traslato, all’inizio del Quattrocento, in Duomo (dove era collocato nei pressi del pulpito di Nicola Pisano) e successivamente nell’Ospedale di Santa Maria della Scala, anche in concomitanza della già ricordata congiura tramata dall’abate Ludovico di Tano, dichiarato ribelle e bandito da Siena nel 1406. Per onorare meglio la memoria del santo di Chiusdino, il governo di Siena lo aveva eletto alla stregua di protettore della città e portava spesso la reliquia in solenni processioni, come nel 1383 o nel 1425, quest’ultima alla presenza di San Bernardino Albizzeschi, nel 1430, 1439,1477, in presenza di carestie, guerre e pestilenze. Addirittura, nella prima metà del secolo successivo, essa aveva il privilegio di sfilare anche nella Processione del Cero. 

Secondo lo storico Sigismondo Tizio, già nel 1425, dopo il solenne corteo, la sacra testa era stata portata, per l’occasione, proprio nella chiesa di Maria Maddalena. Fu, però, nel 1477 che la reliquia venne trasferita stabilmente in questo luogo: il 17 aprile di quell’anno, infatti, abbiamo l’importante testimonianza della richiesta fatta dall’abate di San Galgano, Bartolomeo, che, nell’abito di un restauro della chiesa, decise la costruzione di “un bello et degno tabernaculo” dove riporre la sacra testa; come è stato giustamente osservato, più che di un vero e proprio tabernacolo, doveva trattarsi in realtà di una cornice di una finestra, protetta da un’inferriata che rendesse visibile il reliquiario anche dall’esterno. In Via Roma, lungo il muro perimetrale del giardino del palazzo Bianchi Bandinelli, è visibile tuttora quel tabernacolo che, secondo la tradizione, sarebbe opera dello scultore Giovanni di Stefano (figlio del pittore Stefano di Giovanni detto il “Sassetta”). E che si tratti dello stesso elemento di cui stiamo parlando è testimoniato dall’emblema della spada del santo chiusdinese infilata nella roccia, secondo la tradizione, e dall’iscrizione in latino recante il nome dell’abate Bartolomeo e la data del 10 luglio 1477 (“Hanc aedem instauravit / hoc tabernaculum abbas Bartolomeus pie reliquit / posteris a(nn)o salutis X° iulii / MCCCCLXXVII in anno sec(un)do”). 

Il 10 aprile 1549, ai tempi dell’abate commendatario Giovanni Andrea Vitelli, il reliquiario fu poi spostato nella chiesa del convento di Santa Maria degli Angioli, detta del Santuccio (che pare, però, non dovere il suo nome al santo, ma al patronato che aveva su di essa la famiglia Santucci), dove sarebbe rimasto custodito fino al trasferimento nel Museo dell’Opera del Duomo avvenuto intorno al 1925. Per quanto riguarda invece gli edifici del complesso di Santa Maria Maddalena, essi passarono tutti nel 1544 alle suore benedettine del monastero di Ognisanti fuori Porta Romana (dette popolarmente le “Bacucche”), insediatesi nel corso della guerra che portò alla capitolazione della Repubblica di Siena. L’intero blocco, costituito da chiesa, ospedaletto e convento, assunse perciò a sua volta il nome di monastero di Ognisanti. Nel 1791 la famiglia Bianchi acquistò l’area del detto monastero, soppresso con la legge leopoldina del 1783: la chiesa, il convento e le case attigue vennero pertanto demoliti per lasciare spazio al palazzo e al parco, iniziato su commissione di Anton Domenico Bianchi e ultimato dal figlio Giulio, uomo di spiccato ingegno e appassionato d’arte; in tale occasione, presumibilmente, il tabernacolo fu collocato nel muro del giardino. 

Nel 1920 il proprietario del palazzo, Niccolò Bianchi Pozzesi, provvide a riparare il tabernacolo all’interno di una nicchia appositamente scavata. Nel 1983 è stato restaurato per iniziativa dell’Azienda Autonoma di Turismo di Siena e con il finanziamento del Monte dei Paschi di Siena presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, mentre la nicchia è stata chiusa con un cristallo. La scultura, tradizionalmente attribuita a Giovanni di Stefano, presenta, come rileva lo studioso tedesco Paul Schubring, varie affinità con il tabernacolo della testa di Santa Caterina nella basilica di San Domenico di Siena, iniziato dallo stesso Giovanni nel 1469. Nel 1974 lo storico dell’arte Carlo Del Bravo, riprendendo le osservazioni dello Schubring, rileva una forte influenza dell’arte di Benedetto da Majano che, nello stesso periodo, eseguiva il ciborio e gli angeli per l’altare maggiore della stessa chiesa. Da una foto ottocentesca pubblicata dallo Schubring, vediamo che in passato all’interno dell’edicola era conservato un bassorilievo policromo raffigurante la Madonna del Buon Consiglio, venerata dalla Contrada fin dal 1757 e patrona della stessa dal 1908; attualmente vi è inserita un’altra immagine simile, ma moderna, di terracotta smaltata, risalente forse agli anni Venti del XX secolo. Il reliquiario di Pace di Valentino, rimasto nel Museo dell’Opera del Duomo fino al 1976, invece, è temporaneamente conservato nel Museo civico e diocesano di arte sacra di San Galgano a Chiusdino, mentre la testa è adesso custodita in un altro reliquiario di argento, realizzato nel 1976 dallo scultore fiorentino Bino Bini, posto nella chiesa di San Michele, sempre di Chiusdino.